giovedì 21 maggio 2015

I Fasti consolari.

I fasti consolari sono conservati nei Musei Capitolini e sono delle incisioni su marmo.
Sono stati trovati al foro Romano ma poi spostati ai Musei Capitolini. La scoperta di questi fasti si pensa che sia stata del tutto casuale giacché furono trovati durante lo scavo di una fornace per la cottura della calce, davanti al tempio di Antonino e Faustina nel Foro Romano.
Dopo il ritrovamento, su progetto di Michelangelo, i Fasti Capitolini sono stati collocati in fondo alla parete del Cortile del Palazzo.
I frammenti dei fasti sono stati restaurati a secondo la decisione del cardinale Alessandro Farnese, poi sono stati portati all'interno del Palazzo dei Conservatori al Campidoglio e per questo motivo sono indicati come Fasti Capitolini. Altri frammenti sono stati trovati durante ulteriori scavi nel Foro Romano tra il 1816 e il 1818, negli stessi luoghi dove furono trovati i primi e più numerosi frammenti.

Articolo di Dylan M.

Sala dei Capitani

La sala dei capitani è stata affrescata dal pittore siciliano Tommaso Laureti. Gli affreschi presenti,“La giustizia di Bruto”, “Orazio Coclide sul ponte Sublicio”, “Muzio Scevola e Porsenna “e “La vittoria del lago Regillo”, nella sala esaltano le virtù dell’antica Roma.
Il soffitto a cassettoni, è composto da tele dipinte che raffigurano episodi del poema “La Gerusalemme liberata”.
Questa sala viene scelta per celebrare le virtù degli uomini della fine del XVI secolo. Sulle pareti ci sono delle lapidi in loro memoria e alcune statue celebrative di condottieri.
La giustizia di Bruto

Questo affresco rappresenta il momento in cui Bruto e Collatino, assistono all’esecuzione dei figlio di Bruto.
Orazio Coclide sul ponte Sublicio

Rappresenta Orazio, che combatte con i suoi nemici, mentre i romani distruggono il ponte Sublicio per difendere la città.
Muzio Scevola e Porsenna

Rappresenta il momento in cui Muzio, non riuscendo ad uccidere il re etrusco, lascia bruciare la sua mano che aveva fallito il colpo.
La vittoria del lago Regillo

In questo affresco i gemelli, figli di Giove, guidano l’esercito romano nella battaglia del lago Regillo che sancì la supremazia di Roma sulle città del Lazio.
Articolo di Giulia C.

giovedì 14 maggio 2015

Tempio di Giove Capitolino



Il tempio di Giove Capitolino era il più importante dei templi presenti a Roma e forse il più importante di tutto lo Stato. Era dedicato a Giove Ottimo Massimo, a Giunone e Minerva: la "triade capitolina".

La costruzione fu iniziata da Tarquinio Prisco, poi però i lavori rimasero a lungo sospesi e vennero ripresi e ultimati da Tarquinio il Superbo con l'intervento di artisti e artigiani etruschi.
Il tempio fu inaugurato solo all'inizio della Repubblica nel 509 a.C. da uno dei due consoli del primo anno della Repubblica (M. Orazio Pulvillo).
L'edificio sorgeva su un alto podio con scalinata di accesso frontale.
Doveva essere circondato da un colonnato su tre lati, mentre quello di fondo era chiuso da un muro continuo. Per metà era costituito dal pronao con altre due file di colonne allineate con quelle della facciata.
Dal pronao si accedeva a tre celle. Quella centrale, più larga delle altre era dedicata a Giove; quella di sinistra era dedicata a Giunone; quella di destra a Minerva.
Sul tetto era presente una grandiosa quadriga in terracotta, realizzata dall'artista etrusco Vulca di Veio nel VI sec. a.C. su commissione di Tarquinio il Superbo. Questa statua fu sostituita poi da una di bronzo all'inizio del III sec. a.C.
Dopo la distruzione totale provocata dai violenti incendi dell'83 a.C., del 69 e dell'80 d.C il tempio fu ricostruito in marmo. In seguito, con il suo abbandono fu avviata l'opera di spoliazione e ne rimase solo gran parte del basamento del tempio più antico.
Questi resti sono costituiti da enormi strutture murarie parallele a blocchi di cappellaccio, testimoniano la grande estensione del basamento del tempio (circa 55x60 m).

Articolo di Daniele R.

Sala degli Orazi e Curiazi.


Una delle sale più importanti del Palazzo dei Conservatori è la Sala degli Orazi e Curiazi.
Questa sala è ricca di affreschi, concepiti come arazzi stesi lungo le pareti, raffiguranti alcuni episodi della più antica storia di Roma.
Sui lati corti della sala sono contrapposte due monumentali statue di papi: una marmorea raffigurante Urbano VIII, opera di Gianlorenzo Bernini e dei suoi allievi; una in bronzo raffigurante Innocenzo X, opera di Alessandro Algardi.
L'incarico di decorare la sala fu affidato nel 1595 a Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d'Arpino, esponente di spicco del manierismo romano.
La conclusione dei lavori era prevista per il Giubileo del 1600, ma nel 1613 erano compiute solo le prime tre scene. Dopo una interruzione di oltre vent'anni i lavori terminarono nel 1640.
Il ciclo degli affreschi illustra, in ordine di esecuzione, i seguenti esempi:

Gli affreschi della sala degli Orazi e dei Curiazi.

Ritrovamento della lupa con Romolo e Remo (1596)
Faustolo scopre sotto i rami di un fico, sulla riva del Tevere, la Lupa che allatta Romolo e Remo. Nella figura della lupa è evidente il richiamo alla Lupa capitolina conservata nel palazzo e simbolo della città. 

Battaglia di Tullo Ostilio contro i Veienti e i Fidenati (1597-1601) 
Con vivacità, è rappresentato un episodio della guerra di espansione intrapresa dai Romani contro le città vicine al tempo di Tullo Ostilio, terzo re di Roma.

Combattimento tra gli Orazi e Curiazi (1612-1613) 
Episodio della guerra di Roma contro la vicina città di Albalonga che si concluse con un duello tra i rappresentanti di Roma, gli Orazi, e quelli di Albalonga, i Curiazi. Gli eserciti contendenti assistono alla scena finale del duello. 

Ratto delle Sabine (1635-1636)
In primo piano è il gruppo delle donne Sabine rapite dai Romani per popolare la città da poco fondata.
L'affresco, eseguito dopo circa vent'anni d'interruzione, mostra una tecnica pittorica più rapida e sommaria, propria della tarda maniera del Cavalier d'Arpino.

Romolo traccia il solco della Roma quadrata (1638-1639)
Narra la mitica fondazione di Roma. Romolo delimita i confini della città tracciando un solco con l'aratro.

Articolo di Gabriel C.

lunedì 11 maggio 2015

L'Ermafrodito dormiente

L'Ermafrodito dormiente, è una scultura in marmo, raffigurante il personaggio della mitologia greca Ermafrodito, figlio di Ermes e Afrodite.
Il mito racconta che Ermafrodito e la ninfa Salmace si siano uniti in un solo corpo dando vita a un nuovo essere con dei caratteri maschili e femminili.
La scultura raffigura un ragazzo che sembra girarsi nel sonno per mostrare i suoi caratteri di entrambi i sessi. Infatti, abbiamo due punti di vista: quella posteriore e quella anteriore.
La vista dal fianco destro in primo piano, suggerisce la bellezza di un corpo femminile e, a un primo sguardo, anche i lineamenti del viso ricordano quello di una donna.
Invece dalla parte opposta si scopre l’organo sessuale maschile e dunque si svela la doppia identità di Ermafrodito: “L’opera è stata sempre ricercata e amata, soprattutto come elemento decorativo, per il suo tema ambiguo, per la sua figura un po’ inquietante un po’ perversa, che unisce gli aspetti femminili e maschili, rappresentando i due sessi” dice la sig.Paris, direttrice del Museo Massimo di Roma, che ospita l’opera.
Il ritrovamento dell’opera è avvenuta nell’ attuale via XX Settembre che, agli inizi del Seicento, era quasi completamente disabitata e caratterizzata dalle rovine delle terme di Diocleziano (244-313 d.C.).
Questa è solo una copia dell’ originale,infatti la statua venne realizzata in epoca ellenistica e poi modificata nel seicento da Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), il quale aggiunse un materasso sotto la statua per riprodurre nella durezza del marmo la morbidezza del giaciglio.
Questa scultura è una delle più belle e, più “perverse” del mondo antico.

Articolo di Davide D.

Il generale di Tivoli

Uno degli esempi tipici dell’unione di elementi ellenistici e romani è la statua del Generale di Tivoli realizzata per un condottiero di Tivoli intorno al 70 A.C.
La celebrazione a Tivoli fa ritenere che si possa trattare di un individuo originario del luogo, probabilmente un luogotenente di Silla effigiato a proprie spese, o per onorificenza pubblica, nel più importante santuario della città dedicato al dio-eroe con l’appellativo di Victor, ossia protettore delle imprese militari.
La statua è stata rinvenuta durante gli scavi del 1925 nel Santuario di Ercole Vincitore di Tivoli.
Oggi la statua è conservata all’interno del Museo Nazionale Romano di Roma. Essa rappresenta un personaggio di età avanzata raffigurato con corpo giovanile e nudo.
Il mantello (paludamentum), che copre parte del ventre e delle gambe, e la corazza sbalzata con testa di Medusa (lorica) che funge da sostegno, lo identifica come un militare di alto rango.
E’ presumibile che il braccio destro, attualmente non esistente, fosse sollevato, come suggerisce la muscolatura del petto, e che la figura si appoggiasse ad una lancia. Tale schema deriva dalle raffigurazioni ellenistiche in “nudità eroica” (effigies achilleae).
I tratti del viso, solcato dai segni della vecchiaia, e con le labbra leggermente aperte, sono tipici della ritrattistica romana e contrastano con il corpo muscoloso tipico delle sculture tardo ellenistiche, così da rappresentare uno degli esempi più tipici di fusione tra l’arte ellenistica, con il suo carattere nobile, e quella romana, con il suo realismo fisico.

Articolo di Andrea D.

Augusto Pontefice Massimo

La statua di Augusto di via Labicana è un ritratto dell'Imperatore Augusto, in marmo, alta circa 2 m., essa posa sopra un plinto alto 9 cm. Questa statua prende il nome alla zona dove venne ritrovato vicino al colle Oppio, in via Labicana.
La statua raffigura Augusto in piedi intento a celebrare un sacrificio. L'imperatore è ritratto a capo coperto nelle vesti di pontefice massimo, a causa dell’assenza delle braccia è difficile capire quale sacrificio stava facendo, probabilmente nella mano destra teneva la “patera” cioè un piatto rituale per lo spargimento di vino durante un sacrificio, e nella sinistra il “volumen”. La statua è composta di due tipi di marmo diversi; la testa è formata da un marmo di tipo “grechetto” mentre il resto del corpo è formato da un tipo di marmo detto“lunense”.
Come in altre opere dell'arte augustea la realizzazione è piuttosto fredda soprattutto nel volto e nel trattamento dei capelli. Tuttavia il volto è scolpito, con superfici lisce ampie, ma mosse per evitare il volto appiattito.
La statua che ci è pervenuta è una copia di età tiberiana di un ritratto dell'imperatore eseguito alla fine del I secolo a.C. o all'inizio del I d.C.. I tratti del volto sono piuttosto scheletrici, infatti rappresentano gli ultimi anni di vita, con i segni già visibili della malattia e della stanchezza. Si tratta del più importante ritratto augusteo di questo periodo "finale", tra i pochi trovati a Roma.
Le ampie pieghe della toga sono molto curate. La testa viene accompagnata con leggera inclinazione e accenna il movimento di una persona vivente; questa è coperta da una tunica a larghe maniche, le quali non giungono oltre il gomito e arrivano alla caviglia, lasciando i piedi scoperti e ben visibili.

La storia di Augusto

L'arte augustea è l'arte prodotta nell'Impero Romano sotto il regno di Augusto, dal 44 a.C. al 14 d.C., e sotto la dinastia giulio-claudia.
Nel 45 Augusto fu adottato da Cesare per testamento. Nel 38 sposò Livia Drusilla e dal 31 a. C ebbe inizio il suo comando sul mondo romano.
Nel 27 il Senato gli assegnò il titolo di Augusto e sulla sua casa fu posta, segno di onore e di riconoscenza, la "corona civica".
Nel 12 a.C. alla morte di Lepido, divenne Pontefice Massimo, poté modificare l’organizzazione di Roma e introdusse nuove festività in onore del principe della Domes Agustea. Inoltre Augusto fece la riforma del calendario, una rivoluzione che cambiò l’ordine del tempo. Morì a settantasei anni nel 14 d. C., lasciando erede Tiberio.

Articolo di Federico M.