Il lago di Nemi è il più piccolo dei laghi di origine vulcanica che si trovano sui colli Albani, nei pressi di Roma.
La località intorno al lago era sacra a Diana, per cui vi era stato costruito in epoca antica un tempio dedicato alla dea dei boschi.
In età imperiale, Caligola fece costruire sul lago, per trascorrervi i suoi otia o per celebrarvi riti e feste in onore di Diana, due gigantesche navi ricche di sovrastrutture murarie ed impreziosite di bronzi, marmi ed altri materiali pregiati.
Le due navi, a chiglia piatta, interamente conservate, misuravano una m 73 di lunghezza x 24 di larghezza e l'altra m 71 x 20, ambedue in robusto fasciame di pino, rivestite esternamente di lana catramata e di lamiere di piombo, fissate al fasciame con chiodini di rame.
La certezza dell'identità del committente si raggiunse quando, fra i numerosi reperti estratti dalle acque, comparvero le così dette fistula e acquarie, sulle quali era inciso il nome di Caligola.
Erano le grandi tubazioni in piombo di un impianto idraulico accessibile solamente a persone particolarmente ricche e potenti dell'antica Roma, che portavano l'acqua corrente sino all'interno di palazzi patrizi, dove veniva utilizzata per bere e per alimentare le fontane fastose.
Questi tubi erano ricavati da lastre rettangolari di piombo saldato longitudinalmente, su cui si stampigliava il nome del proprietario, spesso il nome del "liberto idraulico" e a volte il numero progressivo.
Sulle navi Caligola fece erigere costruzioni analoghe alle ville patrizie, con terme e templi coperti da tegole in terracotta oppure di rame dorato. E poi colonne di varia grandezza e foggia, pavimenti in mosaico, statue e altre opere in bronzo finemente lavorato, protomi leonine, ghiere per i timoni, erme bifronti che costituivano una balaustra; strumenti e suppellettili di artistica fattura.
L’archeologia marinara trovò un tesoro inestimabile nelle due grandi ancore: la prima in legno con ceppo in piombo della lunghezza di 5 mt rappresenta l’unico esemplare completo conosciuto all’epoca di questo tipo. La seconda, in ferro a ceppo riscuote un incredibile interesse dal momento che si credeva ideata dal capitano inglese Rodger e che era stata presentata all’Esposizione del 1851 come una grande novità.
La Commissione arrivò ad escludere che l’incendio fosse stato provocato da bombe di aviazione e da proiettili d’artiglieria, concluse che l’incendio degli scafi e dell’edificio fosse di origine dolosa, considerati anche i danneggiamenti volontari inflitti dai soldati tedeschi al patrimonio archeologico del Museo e il mancato utilizzo dei sistemi di spegnimento in dotazione
Così furono distrutte testimonianze archeologiche uniche per importanza e stato di conservazione.
Oggi ci rimangono fotografie e pubblicazioni che ci ricordano questa gloriosa, ma sfortunata impresa.
Articolo di Jacopo D.
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lunedì 25 maggio 2015
lunedì 11 maggio 2015
L'Ermafrodito dormiente
L'Ermafrodito dormiente, è una scultura in marmo, raffigurante il personaggio della mitologia greca Ermafrodito, figlio di Ermes e Afrodite.
Il mito racconta che Ermafrodito e la ninfa Salmace si siano uniti in un solo corpo dando vita a un nuovo essere con dei caratteri maschili e femminili.
La scultura raffigura un ragazzo che sembra girarsi nel sonno per mostrare i suoi caratteri di entrambi i sessi. Infatti, abbiamo due punti di vista: quella posteriore e quella anteriore.
La vista dal fianco destro in primo piano, suggerisce la bellezza di un corpo femminile e, a un primo sguardo, anche i lineamenti del viso ricordano quello di una donna.
Invece dalla parte opposta si scopre l’organo sessuale maschile e dunque si svela la doppia identità di Ermafrodito: “L’opera è stata sempre ricercata e amata, soprattutto come elemento decorativo, per il suo tema ambiguo, per la sua figura un po’ inquietante un po’ perversa, che unisce gli aspetti femminili e maschili, rappresentando i due sessi” dice la sig.Paris, direttrice del Museo Massimo di Roma, che ospita l’opera.
Il ritrovamento dell’opera è avvenuta nell’ attuale via XX Settembre che, agli inizi del Seicento, era quasi completamente disabitata e caratterizzata dalle rovine delle terme di Diocleziano (244-313 d.C.).
Questa è solo una copia dell’ originale,infatti la statua venne realizzata in epoca ellenistica e poi modificata nel seicento da Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), il quale aggiunse un materasso sotto la statua per riprodurre nella durezza del marmo la morbidezza del giaciglio.
Questa scultura è una delle più belle e, più “perverse” del mondo antico.
Articolo di Davide D.
Il mito racconta che Ermafrodito e la ninfa Salmace si siano uniti in un solo corpo dando vita a un nuovo essere con dei caratteri maschili e femminili.
La scultura raffigura un ragazzo che sembra girarsi nel sonno per mostrare i suoi caratteri di entrambi i sessi. Infatti, abbiamo due punti di vista: quella posteriore e quella anteriore.
La vista dal fianco destro in primo piano, suggerisce la bellezza di un corpo femminile e, a un primo sguardo, anche i lineamenti del viso ricordano quello di una donna.
Invece dalla parte opposta si scopre l’organo sessuale maschile e dunque si svela la doppia identità di Ermafrodito: “L’opera è stata sempre ricercata e amata, soprattutto come elemento decorativo, per il suo tema ambiguo, per la sua figura un po’ inquietante un po’ perversa, che unisce gli aspetti femminili e maschili, rappresentando i due sessi” dice la sig.Paris, direttrice del Museo Massimo di Roma, che ospita l’opera.
Il ritrovamento dell’opera è avvenuta nell’ attuale via XX Settembre che, agli inizi del Seicento, era quasi completamente disabitata e caratterizzata dalle rovine delle terme di Diocleziano (244-313 d.C.).
Questa è solo una copia dell’ originale,infatti la statua venne realizzata in epoca ellenistica e poi modificata nel seicento da Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), il quale aggiunse un materasso sotto la statua per riprodurre nella durezza del marmo la morbidezza del giaciglio.
Questa scultura è una delle più belle e, più “perverse” del mondo antico.
Articolo di Davide D.
Il generale di Tivoli
Uno degli esempi tipici dell’unione di elementi ellenistici e romani è la statua del Generale di Tivoli realizzata per un condottiero di Tivoli intorno al 70 A.C.
La celebrazione a Tivoli fa ritenere che si possa trattare di un individuo originario del luogo, probabilmente un luogotenente di Silla effigiato a proprie spese, o per onorificenza pubblica, nel più importante santuario della città dedicato al dio-eroe con l’appellativo di Victor, ossia protettore delle imprese militari.
La statua è stata rinvenuta durante gli scavi del 1925 nel Santuario di Ercole Vincitore di Tivoli.
Oggi la statua è conservata all’interno del Museo Nazionale Romano di Roma. Essa rappresenta un personaggio di età avanzata raffigurato con corpo giovanile e nudo.
Il mantello (paludamentum), che copre parte del ventre e delle gambe, e la corazza sbalzata con testa di Medusa (lorica) che funge da sostegno, lo identifica come un militare di alto rango.
E’ presumibile che il braccio destro, attualmente non esistente, fosse sollevato, come suggerisce la muscolatura del petto, e che la figura si appoggiasse ad una lancia. Tale schema deriva dalle raffigurazioni ellenistiche in “nudità eroica” (effigies achilleae).
I tratti del viso, solcato dai segni della vecchiaia, e con le labbra leggermente aperte, sono tipici della ritrattistica romana e contrastano con il corpo muscoloso tipico delle sculture tardo ellenistiche, così da rappresentare uno degli esempi più tipici di fusione tra l’arte ellenistica, con il suo carattere nobile, e quella romana, con il suo realismo fisico.
Articolo di Andrea D.
La celebrazione a Tivoli fa ritenere che si possa trattare di un individuo originario del luogo, probabilmente un luogotenente di Silla effigiato a proprie spese, o per onorificenza pubblica, nel più importante santuario della città dedicato al dio-eroe con l’appellativo di Victor, ossia protettore delle imprese militari.
La statua è stata rinvenuta durante gli scavi del 1925 nel Santuario di Ercole Vincitore di Tivoli.
Oggi la statua è conservata all’interno del Museo Nazionale Romano di Roma. Essa rappresenta un personaggio di età avanzata raffigurato con corpo giovanile e nudo.
Il mantello (paludamentum), che copre parte del ventre e delle gambe, e la corazza sbalzata con testa di Medusa (lorica) che funge da sostegno, lo identifica come un militare di alto rango.
E’ presumibile che il braccio destro, attualmente non esistente, fosse sollevato, come suggerisce la muscolatura del petto, e che la figura si appoggiasse ad una lancia. Tale schema deriva dalle raffigurazioni ellenistiche in “nudità eroica” (effigies achilleae).
I tratti del viso, solcato dai segni della vecchiaia, e con le labbra leggermente aperte, sono tipici della ritrattistica romana e contrastano con il corpo muscoloso tipico delle sculture tardo ellenistiche, così da rappresentare uno degli esempi più tipici di fusione tra l’arte ellenistica, con il suo carattere nobile, e quella romana, con il suo realismo fisico.
Articolo di Andrea D.
Augusto Pontefice Massimo
La statua di Augusto di via Labicana è un ritratto dell'Imperatore Augusto, in marmo, alta circa 2 m., essa posa sopra un plinto alto 9 cm. Questa statua prende il nome alla zona dove venne ritrovato vicino al colle Oppio, in via Labicana.
La statua raffigura Augusto in piedi intento a celebrare un sacrificio. L'imperatore è ritratto a capo coperto nelle vesti di pontefice massimo, a causa dell’assenza delle braccia è difficile capire quale sacrificio stava facendo, probabilmente nella mano destra teneva la “patera” cioè un piatto rituale per lo spargimento di vino durante un sacrificio, e nella sinistra il “volumen”. La statua è composta di due tipi di marmo diversi; la testa è formata da un marmo di tipo “grechetto” mentre il resto del corpo è formato da un tipo di marmo detto“lunense”.
Come in altre opere dell'arte augustea la realizzazione è piuttosto fredda soprattutto nel volto e nel trattamento dei capelli. Tuttavia il volto è scolpito, con superfici lisce ampie, ma mosse per evitare il volto appiattito.
La statua che ci è pervenuta è una copia di età tiberiana di un ritratto dell'imperatore eseguito alla fine del I secolo a.C. o all'inizio del I d.C.. I tratti del volto sono piuttosto scheletrici, infatti rappresentano gli ultimi anni di vita, con i segni già visibili della malattia e della stanchezza. Si tratta del più importante ritratto augusteo di questo periodo "finale", tra i pochi trovati a Roma.
Le ampie pieghe della toga sono molto curate. La testa viene accompagnata con leggera inclinazione e accenna il movimento di una persona vivente; questa è coperta da una tunica a larghe maniche, le quali non giungono oltre il gomito e arrivano alla caviglia, lasciando i piedi scoperti e ben visibili.
Nel 45 Augusto fu adottato da Cesare per testamento. Nel 38 sposò Livia Drusilla e dal 31 a. C ebbe inizio il suo comando sul mondo romano.
Nel 27 il Senato gli assegnò il titolo di Augusto e sulla sua casa fu posta, segno di onore e di riconoscenza, la "corona civica".
Nel 12 a.C. alla morte di Lepido, divenne Pontefice Massimo, poté modificare l’organizzazione di Roma e introdusse nuove festività in onore del principe della Domes Agustea. Inoltre Augusto fece la riforma del calendario, una rivoluzione che cambiò l’ordine del tempo. Morì a settantasei anni nel 14 d. C., lasciando erede Tiberio.
Articolo di Federico M.
La statua raffigura Augusto in piedi intento a celebrare un sacrificio. L'imperatore è ritratto a capo coperto nelle vesti di pontefice massimo, a causa dell’assenza delle braccia è difficile capire quale sacrificio stava facendo, probabilmente nella mano destra teneva la “patera” cioè un piatto rituale per lo spargimento di vino durante un sacrificio, e nella sinistra il “volumen”. La statua è composta di due tipi di marmo diversi; la testa è formata da un marmo di tipo “grechetto” mentre il resto del corpo è formato da un tipo di marmo detto“lunense”.
Come in altre opere dell'arte augustea la realizzazione è piuttosto fredda soprattutto nel volto e nel trattamento dei capelli. Tuttavia il volto è scolpito, con superfici lisce ampie, ma mosse per evitare il volto appiattito.
La statua che ci è pervenuta è una copia di età tiberiana di un ritratto dell'imperatore eseguito alla fine del I secolo a.C. o all'inizio del I d.C.. I tratti del volto sono piuttosto scheletrici, infatti rappresentano gli ultimi anni di vita, con i segni già visibili della malattia e della stanchezza. Si tratta del più importante ritratto augusteo di questo periodo "finale", tra i pochi trovati a Roma.
Le ampie pieghe della toga sono molto curate. La testa viene accompagnata con leggera inclinazione e accenna il movimento di una persona vivente; questa è coperta da una tunica a larghe maniche, le quali non giungono oltre il gomito e arrivano alla caviglia, lasciando i piedi scoperti e ben visibili.
La storia di Augusto
L'arte augustea è l'arte prodotta nell'Impero Romano sotto il regno di Augusto, dal 44 a.C. al 14 d.C., e sotto la dinastia giulio-claudia.Nel 45 Augusto fu adottato da Cesare per testamento. Nel 38 sposò Livia Drusilla e dal 31 a. C ebbe inizio il suo comando sul mondo romano.
Nel 27 il Senato gli assegnò il titolo di Augusto e sulla sua casa fu posta, segno di onore e di riconoscenza, la "corona civica".
Nel 12 a.C. alla morte di Lepido, divenne Pontefice Massimo, poté modificare l’organizzazione di Roma e introdusse nuove festività in onore del principe della Domes Agustea. Inoltre Augusto fece la riforma del calendario, una rivoluzione che cambiò l’ordine del tempo. Morì a settantasei anni nel 14 d. C., lasciando erede Tiberio.
Articolo di Federico M.
L’Afrodite accovacciata
All’interno delle sale del Palazzo Massimo troviamo la statua dell’ Afrodite accovacciata,copia romana ispirata alla celebre opera Afrodite di Doidalsas.
La bellissima scultura femminile, raffigurante la sensuale dea Afrodite , è colta in una posa insolita: è rappresentata accovacciata sulle ginocchia pronta a ricevere sulla schiena un getto d’acqua, durante il bagno sacro.
Un’altra interpretazione considera l’opera come una “posa pudica”: Afrodite, mentre si accorge di uno spettatore improvviso, voltando la testa cerca di coprire con le mani sia il seno che il pube.
Generalmente, questo tipo di statue venivano inserite in contesti acquatici (terme, fontane),spesso corredate da un piccolo Eros,che versa l’acqua sulla schiena della dea.
Questa opera è una delle tante copie romane in marmo, con diversi varianti di un originale bronzeo greco attribuito da Plinio il vecchio, allo scultore Doildalsas, attivo in Bitinia nel III secolo a.C.
Tra le innumerevoli copie romane realizzate, la migliore copia è considerata questa presente al Museo Nazionale romano di Palazzo Massimo; ne ritroviamo un’altra acefala (senza testa) e senza braccio al Museo del Louvre a Parigi.
Scritto da Petro L.
La bellissima scultura femminile, raffigurante la sensuale dea Afrodite , è colta in una posa insolita: è rappresentata accovacciata sulle ginocchia pronta a ricevere sulla schiena un getto d’acqua, durante il bagno sacro.
Un’altra interpretazione considera l’opera come una “posa pudica”: Afrodite, mentre si accorge di uno spettatore improvviso, voltando la testa cerca di coprire con le mani sia il seno che il pube.
Generalmente, questo tipo di statue venivano inserite in contesti acquatici (terme, fontane),spesso corredate da un piccolo Eros,che versa l’acqua sulla schiena della dea.
Questa opera è una delle tante copie romane in marmo, con diversi varianti di un originale bronzeo greco attribuito da Plinio il vecchio, allo scultore Doildalsas, attivo in Bitinia nel III secolo a.C.
Tra le innumerevoli copie romane realizzate, la migliore copia è considerata questa presente al Museo Nazionale romano di Palazzo Massimo; ne ritroviamo un’altra acefala (senza testa) e senza braccio al Museo del Louvre a Parigi.
Scritto da Petro L.
Il Palazzo Massimo alle terme.
Il Palazzo Massimo alle Terme è la principale delle quattro sedi del Museo Nazionale Romano (oltre alla Crypta Balbi, le Terme di Diocleziano e Palazzo Altemps).
Il Palazzo Massimo fu costruito dall'architetto Camillo Pistrucci alla fine dell'Ottocento in stile neorinascimentale, nei pressi della Stazione Termini, ed accoglie una delle più importanti collezioni di arte classica al mondo.
Il palazzo, che svolse la funzione di collegio d’istruzione fino al 1960, è stato acquistato dallo Stato italiano e restaurato per la valorizzazione del patrimonio archeologico di Roma. La sede museale, inaugurata nel 1998, ospita le sezioni di arte antica, numismatica e oreficeria del Museo Nazionale Romano.
L’edificio si divide in quattro piani:
Il Palazzo Massimo fu costruito dall'architetto Camillo Pistrucci alla fine dell'Ottocento in stile neorinascimentale, nei pressi della Stazione Termini, ed accoglie una delle più importanti collezioni di arte classica al mondo.
Il palazzo, che svolse la funzione di collegio d’istruzione fino al 1960, è stato acquistato dallo Stato italiano e restaurato per la valorizzazione del patrimonio archeologico di Roma. La sede museale, inaugurata nel 1998, ospita le sezioni di arte antica, numismatica e oreficeria del Museo Nazionale Romano.
L’edificio si divide in quattro piani:
- Al piano terra sono esposti splendide sculture greche rinvenute a Roma, come il Pugile in riposo, il Principe ellenistico e la Niobide morente; tra i ritratti degli imperatori spiccano la statua di Augusto Pontefice Massimo, i ritratti dei principi e delle principesse delle dinastie Giulio-Claudia e Flavia, la testa di Adriano, la statua di Antonino Pio, il busto di Settimio Severo;
- Al primo piano sono presenti celebri capolavori della statuaria, tra cui il Discobolo Lancellotti, la Fanciulla di Anzio e l’Ermafrodito dormiente, e magnifici sarcofagi, di notevole importanza sono anche le sculture in bronzo che decoravano le navi di Nemi e il sarcofago di Portonaccio, decorato con una scena di battaglia fra Romani e Barbari;
- Al secondo piano sono esposti affreschi e mosaici pavimentali che documentano la decorazione domestica di prestigiose residenze romane, come affreschi il giardino dipinto della villa di Livia e le stanze della villa Farnesina, invece come mosaici abbiamo decorazioni della villa di Baccano e della basilica di Giunio Basso;
- Il piano interrato custodisce l’ampia collezione numismatica, oltre a suppellettili, gioielli e la mummia di Grottarossa.
Articolo di Alessandro C.
domenica 10 maggio 2015
Il Principe Ellenistico
Articolo di, Paolo F.
L'Afrodite accovacciata
All’interno delle sale del Palazzo Massimo troviamo un esemplare dell’ Afrodite accovacciata, ispirata alla celebre opera Afrodite di Doidalsas. La bellissima statua femminile, raffigurante la sensuale dea Afrodite, è colta in una posa insolita: è rappresentata accovacciata sulle ginocchia pronta a ricevere sulla schiena un getto d’acqua, durante il bagno sacro. Un’altra interpretazione considera l’opera come una “posa pudica”: Afrodite, mentre si accorge di uno spettatore volontario, voltando la testa cerca di coprire con le mani sia il seno che il pube. Si tratta di una delle tante copie romane in marmo, con diversi varianti di un originale bronzeo greco attribuito appunto, secondo quanto riporta Plinio il vecchio, allo scultore Doildalsas, attivo in Bitinia nel III secolo a.C. Generalmente, le innumerevoli copie realizzate venivano inserite in contesti acquatici (centri acquatici,fontane),spesso corredate da un piccolo Eros,che versa l’acqua sulla schiena della dea. La migliore copia di epoca romana è considerata proprio questa presente al Museo Nazionale romano di Palazzo Massimo. Un’altra copia acefala (senza testa) e senza braccio è al Museo Louvre a Parigi.
Articolo di, Petronella L.
Articolo di, Petronella L.
Villa della Farnesina
La Villa della Farnesina, dimora di epoca augustea, fu riportata alla luce a Trastevere nel 1879. I resti della villa furono esplorati solo in parte, ma l’elevata qualità delle decorazioni impose il recupero di affreschi da allora conservati nel Museo Nazionale Romano.
Nell’allestimento di Palazzo Massimo le decorazioni asportate sono state ricomposte all’interno di stanze ricostruite nelle dimensioni originarie. Si è cercato di ricreare, la sequenza delle percezioni visive che si potevano avere in antico, percorrendo la lunga galleria del criptoportico fino al giardino, dove si affacciavano il triclinio invernale e due cubicoli dalle pareti rosso cinabro, per poi raggiungere, attraverso un altro corridoio, un terzo cubicolo.
Gli svariati richiami al mondo egiziano presenti nelle decorazioni della villa possono essere letti come una celebrazione della conquista dell’Egitto. Gli affreschi, esemplari della grande pittura di età imperiale a Roma, sono classificabili nella fase finale del secondo stile.
Articolo di, Fabio C.
Articolo di, Fabio C.
mercoledì 6 maggio 2015
I calendari romani.
GDurante la rivoluzione d’Augusto era il pontefice massimo la figura preposta alla gestione dei calendari, di cui il Museo Nazionale in Palazzo Massimo a Roma, conserva le lastre dei Fasti Antiates e dei Fasti Prenestini; calendari che segnavano il tempo prima e dopo la riforma di Giulio Cesare nel 46 a.C.
Augusto, pontefice massimo, poté modificare l’organizzazione del tempo nel proprio Impero, introducendo festività in onore del principe e della Domus Augusta.
Rispetto al precedente uso, in cui venivano riportate esclusivamente feste legate alle divinità, I Fasti con Augusto diventano un vero e proprio strumento di propaganda della figura del princeps.
Il cambiamento porta con sé l’introduzione di nuovi riti influendo anche nella riorganizzazione della città con inedite cerimonie in spazi civici e monumenti pubblici.
I Fasti illustrano la rivoluzione che Augusto mette in atto attraverso la manipolazione del calendario all’interno del quale inserisce, accanto alle antiche feste sempre rigorosamente rispettate, nuove feste che ricordano episodi legati alla vita del princeps e della sua famiglia (nascite, morti, vittorie, onorificenze).
Questo cambiamento determina un nuovo modo di pensare e di vivere all’interno dell’Impero. I calendari sono definiti anche “Fasti” poiché il termine indicava i giorni dell’anno in cui si poteva compiere l’attività amministrativa ed erano accompagnati dai Fasti consolari, ossia la lista dei consoli, e, nelle altre città, la lista dei magistrati locali.
Augusto, pontefice massimo, poté modificare l’organizzazione del tempo nel proprio Impero, introducendo festività in onore del principe e della Domus Augusta.
Rispetto al precedente uso, in cui venivano riportate esclusivamente feste legate alle divinità, I Fasti con Augusto diventano un vero e proprio strumento di propaganda della figura del princeps.
Il cambiamento porta con sé l’introduzione di nuovi riti influendo anche nella riorganizzazione della città con inedite cerimonie in spazi civici e monumenti pubblici.
I Fasti illustrano la rivoluzione che Augusto mette in atto attraverso la manipolazione del calendario all’interno del quale inserisce, accanto alle antiche feste sempre rigorosamente rispettate, nuove feste che ricordano episodi legati alla vita del princeps e della sua famiglia (nascite, morti, vittorie, onorificenze).
Questo cambiamento determina un nuovo modo di pensare e di vivere all’interno dell’Impero. I calendari sono definiti anche “Fasti” poiché il termine indicava i giorni dell’anno in cui si poteva compiere l’attività amministrativa ed erano accompagnati dai Fasti consolari, ossia la lista dei consoli, e, nelle altre città, la lista dei magistrati locali.
Breve storia.
Il più antico calendario, di tipo lunare, è attribuito dalla tradizione a Romolo; composto da dieci mesi per un totale di 304 giorni, l’anno iniziava da Marzo. L’aggiunta dei due mesi che precedono Marzo è attribuita a Numa. Il calendario apparteneva alla sfera del sacro ed era dunque affidato ai pontefici: all’inizio esso era segreto e solo nel 304 a.C fu reso pubblico. Nel 46 a.C fu necessaria la riforma di Giulio Cesare, allora pontefice massimo, che si avvalse delle conoscenze del celebre astronomo matematico Alessandrino Sosigene per modificarlo. Struttura Nel calendario la settimana era composta da 8 giorni, contrassegnati dalle lettere dell’alfabeto da A ad H, lettere che si succedevano in senso verticale nella prima colonna. Il nono giorno, contrassegnato dalla lettera A era il giorno delle fiere e dei mercati. Nella seconda colonna erano indicati i giorni mancanti alle none e alle idi del mese corrente e alle calende del mese successivo; nella terza colonna erano segnate le cadenze fisse.Fasti AntiatesMaiores
I calendari precedenti alla riforma di Cesare; questi rimasti in vigore fino al 46 a.C sono gli unici sopravvissuti alla riforma. I Fasti Antiates, sono stati composti tra l’ 84 e il 46 a.C. Si conservano frammenti con 12 colonne relative a tutti i mesi, la tredicesima colonna, corrisponde al mese intercalare, per un anno dalla durata di 355 giorni. Il nome dei mesi è indicato in alto all’inizio di ogni colonna, in fondo è riportato il numero del mese. Le feste indicate sono solo in onore degli Dei.I Fasti Prenestini.
I Fasti Prenestini provengono da Praeneste, l’odierna Palestrina; erano esposti nel Foro, addossati a un emiciclo al centro del quale si trovava la statua del loro compilatore, VerrioFlacco, celebre erudito che Augusto aveva scelto come precettore dei suoi nipoti. I Fasti Prenestini erano composti da dodici lastre marmoree leggermente concave, rinvenute tra il 1769 e il 1771. I numerosi frammenti recuperati e ricomposti sono relativi ai quattro mesi di gennaio, marzo, aprile e dicembre.lunedì 27 aprile 2015
Il Grande Colombario di Villa Doria Phamphilj.
Il termine “colombario” indica un edificio sepolcrale caratterizzato dalla presenza sulle pareti di file di nicchie con contenitori di terracotta per accogliere le ceneri dei defunti.
Grandi colombari vennero costruiti a Roma tra la fine dell’età repubblicana e il principato Flavio (seconda metà del I secolo d.C.), per garantire una sepoltura dignitosa a un gran numero di liberti.
Questi edifici furono realizzati dai membri della famiglia imperiale o da importanti senatori per i loro schiavi e liberti, oppure da privati che poi vendevano gli spazi.
Dagli scavi effettuati nel 1838 dalla famiglia Doria Pamphilj, in prossimità del Casino del Bel Respiro, è stato rinvenuto un complesso sepolcrale tra cui il Grande Colombario da cui provengono i resti di vivaci pitture che decoravano un muro di recinzione di un monumento di tufo e peperino con la rappresentazione di una finta porta.
Doveva accogliere più di 500 loculi. Tra le file di nicchie erano dipinti fregi figuranti paesaggi idillico-sacrali, quadretti con frutta e uccelli, episodi mitologici e scene conviviali: nei paesaggi, si vedono scene di vita agreste, tempi, santuari rustici; piante e animali sono rappresentati con grande attenzione naturalistica, vicino a cesti di frutta; le immagini conviviali alludono ai piaceri della vita, come la buona tavola; gli episodi mitologici raccontano storie come l’uccisione dei figli di Niobe da parte di Apollo e Artemide.
I fori che restano sull’intonaco ci ricordano che era uso appendere in questo luogo ghirlande di fiori freschi.
Sotto ogni nicchia è dipinta una tabella (tabula ansata) contenente l’iscrizione con il nome del defunto o del proprietario.
Articolo di Sofia S.
Grandi colombari vennero costruiti a Roma tra la fine dell’età repubblicana e il principato Flavio (seconda metà del I secolo d.C.), per garantire una sepoltura dignitosa a un gran numero di liberti.
Questi edifici furono realizzati dai membri della famiglia imperiale o da importanti senatori per i loro schiavi e liberti, oppure da privati che poi vendevano gli spazi.
Dagli scavi effettuati nel 1838 dalla famiglia Doria Pamphilj, in prossimità del Casino del Bel Respiro, è stato rinvenuto un complesso sepolcrale tra cui il Grande Colombario da cui provengono i resti di vivaci pitture che decoravano un muro di recinzione di un monumento di tufo e peperino con la rappresentazione di una finta porta.
Doveva accogliere più di 500 loculi. Tra le file di nicchie erano dipinti fregi figuranti paesaggi idillico-sacrali, quadretti con frutta e uccelli, episodi mitologici e scene conviviali: nei paesaggi, si vedono scene di vita agreste, tempi, santuari rustici; piante e animali sono rappresentati con grande attenzione naturalistica, vicino a cesti di frutta; le immagini conviviali alludono ai piaceri della vita, come la buona tavola; gli episodi mitologici raccontano storie come l’uccisione dei figli di Niobe da parte di Apollo e Artemide.
I fori che restano sull’intonaco ci ricordano che era uso appendere in questo luogo ghirlande di fiori freschi.
Sotto ogni nicchia è dipinta una tabella (tabula ansata) contenente l’iscrizione con il nome del defunto o del proprietario.
Articolo di Sofia S.
Horti Sallustiani
Gli "horti" occupavano la zona compresa tra la via salaria, le mura aureliane e via veneto:intorno alla Roma antica.
Uno di questi era il grandioso parco che inizialmente apparteneva all’imperatore di Roma Cesare e a alla sua morte venne acquistato dallo storico Sallustio.
Successivamente la villa, a partire dall’imperatore Tiberio, fu restaurata e rimase proprietà degli imperatori: molte volte l'imperatore Vespasiano ci alloggiò; Adriano fece importanti lavori di ristrutturazione e fece costruire una specie di ippodromo dove l’ imperatore amava galoppare col suo cavallo; quando Alarico occupò la città, la villa subì gravissimi danni mai riparati.
Questa villa poi rimase allo Stato Italiano per moltissimo tempo, fino all'unità d'Italia quando fu distrutta per costruire via Nazionale. Per fortuna Ludovico Ludovisi raccolse e acquistò diverse opere e costituì una grande collezione che prende il suo nome.
Articolo di Davide A.
Uno di questi era il grandioso parco che inizialmente apparteneva all’imperatore di Roma Cesare e a alla sua morte venne acquistato dallo storico Sallustio.
Successivamente la villa, a partire dall’imperatore Tiberio, fu restaurata e rimase proprietà degli imperatori: molte volte l'imperatore Vespasiano ci alloggiò; Adriano fece importanti lavori di ristrutturazione e fece costruire una specie di ippodromo dove l’ imperatore amava galoppare col suo cavallo; quando Alarico occupò la città, la villa subì gravissimi danni mai riparati.
Questa villa poi rimase allo Stato Italiano per moltissimo tempo, fino all'unità d'Italia quando fu distrutta per costruire via Nazionale. Per fortuna Ludovico Ludovisi raccolse e acquistò diverse opere e costituì una grande collezione che prende il suo nome.
Articolo di Davide A.
La niobide degli Horti Sallustiani.
Una statua che si trovava negli horti Sallustiani è la Niobide.
Rappresenta una fanciulla, che era una delle figlie di Niobe, ferita sul petto da una freccia.
La leggenda racconta che Niobe andava tanto fiera della sua facilità nell’avere figli, ne aveva ben 14, al punto da prendere in giro Latona che ne aveva solo due. La dea offesa ordinò ai figli Apollo e Artemide di punire Niobe uccidendo tutta la sua prole a colpi di freccia.
Questa statua realizzata da artisti greci di periodo ellenistico, fu utilizzata come arredo degli horti Sallustiani e a quanto pare, apparteneva originariamente alla decorazione frontale di un tempio.
Articolo di Davide A.
Rappresenta una fanciulla, che era una delle figlie di Niobe, ferita sul petto da una freccia.
La leggenda racconta che Niobe andava tanto fiera della sua facilità nell’avere figli, ne aveva ben 14, al punto da prendere in giro Latona che ne aveva solo due. La dea offesa ordinò ai figli Apollo e Artemide di punire Niobe uccidendo tutta la sua prole a colpi di freccia.
Questa statua realizzata da artisti greci di periodo ellenistico, fu utilizzata come arredo degli horti Sallustiani e a quanto pare, apparteneva originariamente alla decorazione frontale di un tempio.
Articolo di Davide A.
domenica 26 aprile 2015
Il Pugilatore a Riposo
Il soggetto dell’opera, realizzata in bronzo, è un pugile alto 128 cm, seduto su un sedile in roccia, colto in un momento di riposo alla fine di un incontro.
Il pugile presenta due caratteristiche che si contrastano tra di loro perché ha le braccia poggiate sulle gambe, mentre la testa “viene girata” di scatto.Il corpo del pugile, che presenta molti muscoli già sviluppati, e il viso, dove si nota la cura della barba e dei capelli, ci fanno comprendere che è un uomo maturo e non un ragazzo; inoltre presenta i segni di numerosi incontri passati, come le orecchie tumefatte che sembrano indicare uno stato di sordità causato dai ripetuti colpi ricevuti.
Se si guarda la statua del pugile frontalmente si nota la forma del naso, che non è regolare, infatti si capisce subito che è rotto; gli inserti in rame, sulla spalla destra, sull'avambraccio, sui guanti e sulla coscia, rappresentano gocce di sangue che provengono proprio dalla frattura al naso.Il pugile sulle mani indossa complessi guantoni di cuoio e stringhe, forniti di un bordo doppio di pelliccia e di una fascia che univa quattro dita e lasciava il pollice libero. Grazie ha questi guantoni possiamo risalire all’epoca in cui è stato realizzato l'opera, intorno al I secolo a.C., che viene attribuita allo scultore Lisippo.Il pugile è privo di occhi, perché sono stati realizzati a parte in pasta vitrea e nel momento del ritrovamento della statua, avvenuto a Roma alle pendici del Quirinale nel 1885, non furono ritrovati.
Articolo di Marianna A.
Il pugile presenta due caratteristiche che si contrastano tra di loro perché ha le braccia poggiate sulle gambe, mentre la testa “viene girata” di scatto.Il corpo del pugile, che presenta molti muscoli già sviluppati, e il viso, dove si nota la cura della barba e dei capelli, ci fanno comprendere che è un uomo maturo e non un ragazzo; inoltre presenta i segni di numerosi incontri passati, come le orecchie tumefatte che sembrano indicare uno stato di sordità causato dai ripetuti colpi ricevuti.
Se si guarda la statua del pugile frontalmente si nota la forma del naso, che non è regolare, infatti si capisce subito che è rotto; gli inserti in rame, sulla spalla destra, sull'avambraccio, sui guanti e sulla coscia, rappresentano gocce di sangue che provengono proprio dalla frattura al naso.Il pugile sulle mani indossa complessi guantoni di cuoio e stringhe, forniti di un bordo doppio di pelliccia e di una fascia che univa quattro dita e lasciava il pollice libero. Grazie ha questi guantoni possiamo risalire all’epoca in cui è stato realizzato l'opera, intorno al I secolo a.C., che viene attribuita allo scultore Lisippo.Il pugile è privo di occhi, perché sono stati realizzati a parte in pasta vitrea e nel momento del ritrovamento della statua, avvenuto a Roma alle pendici del Quirinale nel 1885, non furono ritrovati.
Articolo di Marianna A.
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